Facebook, privacy & Cambridge Analytica

Sono ormai un po’ di giorni che si sente parlare di problemi legati alla privacy per i quali il CEO di FaceBook Mark Zuckerberg ha fatto pubblica ammenda. Praticamente ogni giorno si aggiunge qualche nuovo dettaglio e la cosa sembra ormai aver preso una piega inquietante per la nostra riservatezza.

Ma cos’è successo in realtà? Cosa rende la faccenda tanto grave e, soprattutto, è davvero così grave? Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza!

Nella prima parte mi limiterò a descrivere il fatto per come può essere ricostruito usando varie fonti, poi nella seconda parte mi permetterò qualche commento personale.

Prima di tutto deve essere fatta una necessaria premessa: i dati che sono oggetto del problema non sono stati raccolti illecitamente da FaceBook… Il tutto è partito con l’utilizzo di una App di terza parte chiamata Thisisyourdigitallife (creata da un ricercatore di nome Aleksandr Kogan) e che per poter essere utilizzata richiedeva esplicitamente il permesso di accedere ai dati del profilo. L’utente accettava la richiesta ed i dati erano lecitamente in mano dell’App (che, ripeto, utilizzava la piattaforma FaceBook ma non ne era parte). Sono circa 270.000 utenti quelli che hanno esplicitamente accettato la richiesta fatta dall’App. Poi ci sono un certo numero di milioni di utenti (inizialmente stimati a 50, poi corretti ad un massimo di 87) che, essendo iscritti al social netowork da prima del 2014, avevano accettato all’atto dell’iscrizione che i propri dati potessero essere pescati dalle applicazioni di terza parte.

Senza entrare nei dettagli tecnici di come questo potesse funzionare (è bene ricordare che dal 2015 le policy di FaceBook sono cambiate e certi aspetti non sono più possibili) le cose sono andate più o meno così: un utente voleva usare Thisisyourdigitallife ed acconsentiva che quest’ultima potesse accedere ai dati del profilo, tra cui gli amici. Quindi anche questi ultimi venivano analizzati a meno che le impostazioni della loro privacy non fossero particolarmente restrittive e configurate in modo molto specifico ed accorto. Bene, nulla in tutto questo deve essere considerato un problema e tutti questi dati sono stati raccolti lecitamente.

È qui che entra in scena Cambridge Analytica: questa società ha acquistato i dati raccolti da Thisisyourdigitallife al fine di effettuare una profilazione degli utenti da usarsi per scopi afferenti al mondo della politica. La campagna elettorale di Donald Trump sembra essere stata influenzata dal lavoro di Cambridge Analytica.

Ma non è il fine ultimo dell’utilizzo dei dati che ha scosso il colosso californiano (benché questo aspetto non sia irrilevante)… Il problema è che la vendita dei dati raccolti era proibita da FaceBook stessa: in pratica lo sviluppatore dell’App era autorizzato a raccogliere i dati, ma non gli era consentito cederli a terzi. Ed è proprio questo quello che è successo! Ma a complicare le cose c’è che, secondo quanto riportato dall’Observer e dal New York Times, FaceBook avrebbe saputo da almeno due anni di questa compravendita senza che fosse mai seriamente intervenuto per evitarla.

Non si tratta di gruppi criminali infiltrati illegalmente dentro ai server di FaceBook, non si tratta di data leaks dovuti a vulnerabilità di sicurezza… Si tratta di dati lecitamente raccolti, non lecitamente ceduti a terzi; la responsabilità di FaceBook sembra essere quella di aver saputo e non aver fatto nulla…

 

Bene, questi sono i fatti… Che cosa penso io? Beh, per prima cosa dico che non sono particolarmente stupito: ormai il vero fulcro di un certo tipo di commercio elettronico gira completamente intorno ai dati ed i collettori di grandi volumi di informazioni fanno in qualche modo gola a tanti soggetti. Chi conosce di più, vince la “guerra”… Semplice ed efficace.

Non trovo nemmeno particolarmente sconvolgente l’utilizzare le profilazioni fatte a scopo di influenzare l’elettorato nel momento in cui deve esprimere un voto; per quanto possa essere subdolo e poco corretto il metodo, gli interessi che stanno dietro alla politica sono talvolta troppo alti per non utilizzare tutti gli strumenti a disposizione (non che questo sia giusto, semplicemente non mi sorprende).

Quello che reputo grave è che, se fosse confermato, FaceBook non intervenendo immediatamente per bloccare la vendita dei dati a Cambridge Analytica si è reso corresponsabile. Questo fatto è estremamente rilevante perché mina alla radice la percezione dell’affidabilità di FaceBook come azienda. Infatti una domanda che potrebbe sorgere è “Dato che FaceBook non ha impedito comportamenti vietati, pur sapendo che si stavano verificando, qual è il suo guadagno/tornaconto?“. E questo è un danno di immagine enorme. E c’è poco da stare allegri, visto che FaceBook è una azienda quotata in borsa e con molti dipendenti…

Alla fine penso che tutto si sistemerà e che nel tempo la cosa finirà nell’oblio. Tuttavia questi fatti rappresentano un ottimo spunto, un punto di partenza se vogliamo, per riflettere a quanto vulnerabile è la nostra privacy nell’era dei social netowrk.

 

Fonti:
ALPHR
Corriere.it

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Informazioni su Alessio

Informatico, fotografo amatoriale ed appassionato di viaggi e scienza...

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